L’Italia e l’austerità perenne

L’Italia è in stato d’austerità praticamente già dal 1992, da quando “grazie” al primo governo tecnico di Giuliano Amato si riuscì ad ottenere un saldo primario dell’1.31% rispetto al PIL (e qualcuno forse ancora ricorda come ). Da allora è stata registrata una serie di saldi primari positivi durata 20 anni, sempre sopra rispetto alla media dell’Eurozona e della “virtuosa” Germania (vedi qui), e interrotta solo dalle lievi flessioni del 2009 e del 2010 causate per lo più dalla crisi internazionale che portò alla caduta dei PIL di tutti i paesi occidentali.

Registrare un saldo primario positivo significa che le entrate tributarie statali sono superiori rispetto a quelle strettamente necessarie per ripagare la spesa pubblica (che si crede erroneamente essere una delle più elevate al mondo, quando invece i dati dicono che è perfettamente in linea alla media Euro). Traducendo, i cittadini si ritrovano a pagare i servizi pubblici molto più del loro costo-valore effettivo, ammesso e non concesso (vedi i vari scandali sugli sprechi e la corruzione delle pubbliche amministrazioni) che tale spesa sia efficiente, perché in tal caso il rapporto costi/benefici per il cittadino tende a schizzare verso l’alto.

Nonostante gli avanzi primari accumulati, l’Italia ha quasi sempre avuto un deficit pubblico superiore alla Germania e alla media dell’Eurozona. Questo ovviamente implica che il deficit pubblico dipende esclusivamente dalla spesa per interessi sul debito pubblico che è stata in definitiva l’unica vera leva di accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL (come è ben spiegato nel dettaglio in questo articolo).

L’Italia, dopo aver perso gli strumenti di politica monetaria ( definizione del TUS e operazioni di mercato aperto) e la leva del cambio valutario (decidendo di adottare l’euro), con l’adesione al Fiscal Compact e l’inserimento in Costituzione del vincolo di bilancio (in particolare l’articolo 81 sarà sostituito da questa nuova versione) perde definitivamente pure la leva della politica fiscale restando così senza armi per intervenire sulla situazione economica nazionale e condannando gli italiani a politiche economiche restrittive perenni.

Questo perché se si deve mantenere un bilancio in pareggio ed essendoci comunque una spesa per interessi sempre positiva, ne consegue che l’Italia deve continuare ad ottenere saldi primari positivi mantenendo le entrate tributarie più elevate della spesa pubblica. Dunque o si diminuisce la spesa pubblica a parità di tributi (o più che proporzionalmente rispetto a una riduzione dei tributi) o si aumentano i tributi a parità di spesa pubblica (o più che proporzionalmente rispetto ad un eventuale aumento della stessa), tertium non datur.

In entrambi i casi si avrà un effetto recessivo per il reddito nazionale poiché l’aumento delle tasse influisce negativamente sui consumi nazionali in quanto riduce il reddito disponibile delle famiglie in modo tanto maggiore quanto più è alta la propensione al consumo, mentre l’aumento della spesa pubblica ha un effetto positivo sull’andamento del reddito nazionale (poiché nel caso dell’aumento della domanda di investimenti pubblici questa deve essere soddisfatta dalle imprese che aumentano la produzione e aumentano così l’occupazione, inoltre la nuova occupazione genera anche un aumento della domanda per consumi a cui la produzione delle imprese si adeguerà nuovamente dando altra occupazione, e così via) . I due fenomeni vanno sotto il nome di moltiplicatore della leva fiscale e moltiplicatore della spesa pubblica e si dimostra matematicamente che il secondo ha un effetto più elevato del primo.

La teoria economica col celebre Teorema di Haavelmo ha previsto pure il caso in cui si voglia mantenere il saldo primario in pareggio dimostrando come anche in questo caso si potrebbe ottenere un effetto positivo sul reddito nazionale.
Peccato che il Fiscal Compact non si riferisca al saldo primario, ma al saldo totale, per cui anche questa strada è persa.

Ricapitolando, il rapporto debito pubblico/PIL, che oggi è attorno al 123% e che il Fiscal Compact ci impone di riportare sotto la soglia immotivata del 60%, nei prossimi anni non può che aumentare. Poiché ipotizzando in via puramente teorica che si riuscisse a bloccare il numeratore ottenendo ogni anno bilanci in pareggio, il denominatore sarà destinato a diminuire proprio a causa della natura recessiva dei saldi primari positivi che il bilancio in pareggio impone.

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