Occupazione: Keynes contro i neoclassici (for dummies)

demotivationale-keynes Tanto si è detto negli ultimi tempi a proposito dell’argomento a favore di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e di come si possa in tal modo creare maggiore occupazione. Vediamo quindi quali sono i fondamenti teorici di queste politiche e quale è stata la maggiore e solida critica che ha ricevuto tale impostazione.

di Sebastiano Marino & Keynes Blog

Ho intitolato questo libro Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, insistendo sull’aggettivo generale. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica […] Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza.

— John Maynard Keynes, Teoria Generale dell’Occupazione, dell’interesse e della moneta

L’impostazione teorica che fa riferimento a una maggiore flessibilità dei salari quale antidoto contro la disoccupazione viene chiamata dagli economisti “scuola neoclassica” (“scuola marginalista” dagli storici del pensiero economico e “liberista” dai politologi). Secondo i neoclassici il livello di occupazione si determina nel mercato del lavoro: lì si incontrano la domanda di lavoro delle imprese e l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori.

Per i neoclassici il mercato del lavoro quindi è simile al mercato delle merci, in cui la quantità domandata aumenta se diminuiscono i prezzi, mentre la quantità offerta aumenta se aumentano i prezzi. Nel caso del mercato del lavoro, il “prezzo” è il salario in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, che altro non è che l’aumento del livello dei prezzi dei beni acquistati con il salario stesso. La quantità è invece il numero di occupati (come approssimazione delle ore lavorate). Quindi i lavoratori offriranno “più lavoro” se i salari reali salgono, mentre le imprese domanderanno più lavoro se i salari reali scendono. Il punto di equilibrio tra domanda e offerta determina il salario reale effettivamente percepito e la quantità di lavoratori effettivamente occupati.

Vediamo qual è il meccanismo da loro descritto nei due grafici seguenti.

mercato del lavoro e mercato dei beni secondo i neoclassici

Nel primo grafico vediamo la curva di domanda di lavoro (Nd linea in azzurro), da parte delle imprese operanti in condizioni di concorrenza perfetta, che corrisponde alla curva della produttività marginale del lavoro (PMgL; misura l’incremento di prodotto dovuto ad un’unità aggiuntiva di forza lavoro, quindi l’utilità dell’impresa ad assumere un nuovo lavoratore rispetto a quelli già assunti ad un dato salario) ed è decrescente in funzione dei salari reali (w/P; wages/Prices); come detto la quantità di lavoratori domandata dalle imprese varia in senso inverso al livello del salario reale, diminuisce all’aumentare del salario reale e aumenta al diminuire del salario reale.

Di converso, la curva di offerta di lavoro (Ns linea in rosso) da parte dei lavoratori è crescente in funzione dei salari reali e corrisponde alla curva di disutilità o penosità marginale del lavoro per i lavoratori (cioè l’incremento di penosità per il lavoratore all’aumentare della quantità di lavoro offerto, ad un dato salario).

L’affermazione appare logica: i lavoratori accetteranno la “pena” di lavorare invece che avere tempo libero (leisure) se verranno pagati di più. Ma d’altra parte le imprese assumeranno lavoratori sempre meno utili solo se il loro salario diminuirà. Si tenga conto che si tratta di ipotesi sui comportamenti individuali del tutto idealizzati, ma questo è tipico della teoria neoclassica basata sull’individualismo metodologico, in cui gli agenti sono considerati identici a prescindere da differenze di classe: imprenditori, consumatori, lavoratori, investitori massimizzano sempre l’utilità.

L’incontro tra queste due curve è il punto di equilibrio del mercato del lavoro in cui si determinano il salario reale e il livello di occupazione di equilibrio [(w/P)* e N*].

Nel grafico sottostante quello del mercato del lavoro è rappresentato il mercato dei beni, con la funzione di produzione a rendimenti decrescenti [Y=f(K,N)], che, dato un certo ammontare di capitale K, configura i vari livelli produttivi in base al livello di occupazione. Cioè, dato K costante (ad esempio una catena di montaggio), ogni nuovo lavoratore produrrà un poco meno di quello precedente.
Il livello di occupazione N* determinato così nel mercato del lavoro viene riportato sulla funzione di produzione determinando il prodotto nazionale Y*, che, per l’operare della Legge di Say, sarà interamente venduto (ovvero la domanda di beni aggregata D(N) coincide con la funzione di produzione che rappresenta l’offerta di beni aggregata Z(N)).

Dunque, secondo questo modello, se i salari sono flessibili e vige la concorrenza perfetta tra le imprese, si raggiunge sempre l’equilibrio di piena occupazione.
Tutti i lavoratori a destra di N* sono considerati disoccupati volontari perché non accettano lavoro per un salario reale più basso. Se abbassassero le loro pretese, la curva di offerta di lavoro verrebbe traslata in basso a destra (Ns+, linea rossa tratteggiata) e per un salario reale più basso (w/P)+ si potrebbero occupare lavoratori fino a N+, determinando inoltre un aumento della produzione fino a Y+.

La critica di Keynes

Nel 1936 John Maynard Keynes pubblica la sua opera più importante: la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” in cui viene letteralmente capovolta l’impostazione neoclassica.

Nel capitolo 3 enuncia il cosiddetto “principio della domanda effettiva”:

“[i]l prezzo complessivo di offerta della produzione [che poi chiama funzione di offerta aggregata Z(N), n.d.r.] ottenuta con un dato volume di occupazione è l’aspettativa del ricavo che renda appena conveniente agli imprenditori offrire quella occupazione.
Ne deriva che in un dato stato della tecnica, delle risorse e del costo dei fattori per unità di occupazione, il volume di occupazione, sia in ciascuna impresa singola o in ciascun settore produttivo, sia nel complesso, dipende dall’ammontare del ricavo che gli imprenditori prevedono di ottenere dalla produzione corrispondente [che poi chiama funzione di domanda aggregata D(N), n.d.r.]; infatti gli imprenditori cercheranno di fissare il volume dell’occupazione a quel livello che rende massima, nelle loro previsioni, l’eccedenza del ricavo sul costo dei fattori.”

Ossia, date le condizioni di offerta nel breve periodo (stato della tecnica, risorse e costo dei fattori) il livello di produzione e di occupazione dipende dalle aspettative di ricavo degli imprenditori, cioè dalla funzione di domanda aggregata.

Keynes continua:

”quindi il volume di occupazione è dato dal punto di intersezione fra la funzione di domanda aggregata e la funzione di offerta aggregata, giacché a quel punto saranno rese massime le previsioni di profitti da parte degli imprenditori. Chiameremo domanda effettiva il valore di D nel punto della funzione di domanda aggregata nel quale questa è intersecata dalla funzione di offerta aggregata.”

In tal modo, Keynes sostanzialmente ribalta, come già detto, la visione neoclassica affermando che è la domanda che crea l’offerta e non viceversa (rifiuta la Legge di Say, poiché non è per niente scontato che tutto quanto venga prodotto sarà certamente venduto) e che, altro aspetto dirimente, la domanda di lavoro si determina sul mercato dei beni e non sul mercato del lavoro.

Si noti che il ribaltamento non è affatto banale nelle sue implicazioni: Keynes dice che gli imprenditori non investiranno, produrranno e quindi assumeranno lavoratori se la domanda attesa in futuro viene ritenuta scarsa. E dà quindi un ruolo rilevante alle aspettative degli imprenditori da un lato e alla propensione al consumo delle famiglie dall’altra che influenza l’inclinazione della curva di domanda aggregata. Il sistema economico è scoordinato perché non tutti i soggetti hanno la stessa funzione sociale e gli stessi comportamenti e quindi non vi è alcuna tendenza “naturale” alla piena occupazione. Al contrario, il sistema si trova normalmente in un punto di occupazione inferiore.

Aiutandoci coi grafici sotto, possiamo vedere la funzione di offerta aggregata Z(N) che è determinata dai costi che le imprese sostengono . Mentre D(N) rappresenta la funzione di domanda aggregata attesa dagli imprenditori, che sappiamo a sua volta essere determinata da spesa per consumi, spesa per investimenti, spesa delle pubbliche amministrazioni ed esportazioni.

mercato dei beni e mercato del lavoro secondo Keynes

Il punto di incontro in E* rappresenta per Keynes la domanda effettiva che determina il livello di equilibrio del reddito nominale (ossia in termini di moneta) nazionale Y* e del livello dell’occupazione effettiva N*. Supposto, quindi, un andamento della produttività marginale del lavoro decrescente (che tuttavia per Keynes non corrisponde alla domanda di lavoro da parte delle imprese, come invece era sostenuto dai neoclassici), riportando N* nel grafico sottostante si determina il salario reale d’equilibrio (w/P)*. Possiamo notare come un aumento della domanda aggregata fino a D(N)+ provocherebbe un aumento sia del reddito nazionale nominale fino a Y+, sia un aumento dell’occupazione fino a N+ e una diminuzione del salario reale fino a (w/P)+.

Considerazioni aggiuntive

1) Da questa impostazione, segue che il caso neoclassico è solo un caso particolare della Teoria Generale che si verificherebbe solo se gli operatori economici spendessero tutto ciò che guadagnano (in consumi e in investimenti) facendo sì che la domanda effettiva si collochi a un punto tale da garantire la piena occupazione (rappresentata nel grafico con Nf). Ma questo è in effetti il presupposto, del tutto irrealistico, della teoria neoclassica che considera il sistema economico moderno una “economia di baratto” in cui non esiste la moneta (o essa è “neutra”, cioè non influenza le grandezze reali come produzione e occupazione) e ogni risparmio equivale sempre ad un investimento (cioè a una spesa). Viceversa per Keynes non si può trascurare il ruolo della moneta e dell’incertezza quale determinante degli investimenti, che rendono l’economia moderna radicalmente differente dal “mercato del villaggio” immaginato dai neoclassici. Per questo Keynes parla di una economia monetaria di produzione.

Si noti che questo è l’esatto opposto di quanto sostenuto nei manuali “mainstream” comuni nelle Università, in cui Keynes diventa un caso particolare della teoria neoclassica sulla base di salari e prezzi non perfettamente flessibili, rigidi o “vischiosi”.

2) Riguardo il grafico [2] nella Fig. B, si noti che per Keynes tale grafico non rappresenta il mercato del lavoro poiché né la Produttività Marginale né la Disutilità Marginale del Lavoro sono rispettivamente Domanda e Offerta di lavoro come nel modello neoclassico. I lavoratori e le imprese contrattano infatti i salari monetari, non i salari reali. Nel capitolo 19 della Teoria Generale Keynes elenca una serie di casi “pratici”, concludendo che, anche considerando gli effetti positivi indiretti sulle variabili che influenzano l’offerta, in genere la riduzione dei salari monetari deprime i consumi (parte della domanda aggregata) e quindi non ha risvolti positivi sull’occupazione, al contrario che per i neoclassici:

“La teoria (neo- , n.d.r.)classica ha infatti generalmente fondato il supposto carattere autoriequilibratore del sistema economico sull’ipotesi di flessibilità dei salari monetari; e, nel caso di salari rigidi, ha attribuito a questa rigidità la responsabilità dello squilibrio.[…]

[Per quanto detto] Non vi è, quindi, alcun motivo di credere che una politica salariale flessibile sia in grado di mantenere uno stato di continua piena occupazione – non più di quanto si possa ritenere che una politica monetaria di intervento sul mercato aperto sia in grado, da sola, di raggiungere questo risultato. Il sistema economico non può essere reso capace di auto-regolazione lungo queste linee.”

L’occupazione quindi rimane fondamentalmente determinata nel mercato dei beni, mentre il mercato del lavoro “segue”. Per Keynes l’ideale è far crescere i salari con la produttività, mantenendo così stabili i prezzi.

3) Riguardo il fatto che l’aumento dell’occupazione farebbe calare i salari reali, a seguito degli studi di Dunlop, Tarshis e delle ipotesi di Kalecki, nel marzo 1939 sull’Economic Journal Keynes critica se stesso per aver avvallato inizialmente la tesi neoclassica della produttività marginale decrescente che comporta un legame inverso tra occupazione e salari reali e se ne dice confortato, perché tali studi danno più forza alla necessità di politiche espansionistiche per fare aumentare la domanda effettiva.

Va tuttavia notato che nella realtà l’effettivo movimento del salario reale è influenzato da molteplici variabili che hanno effetti sul salario monetario, i prezzi e il ricarico che le imprese applicano alle merci (markup), in particolare dalla forza dei sindacati e il grado di concorrenza nel mercato dei beni.

Conclusioni

In definitiva, la visione di stampo neoclassico, secondo cui basterebbe far sì che i salari non siano rigidi verso il basso e si otterrebbe così un ripristino automatico del livello di occupazione e di crescita del prodotto nazionale, viene totalmente rigettata da Keynes che invece pone l’accento sul ruolo determinante svolto dalla domanda aggregata.

Dunque, in caso di assenza di domanda aggregata aggiuntiva (ad esempio la spesa pubblica), il sistema non ritorna da sé alla piena occupazione, ma può avvitarsi in un circolo vizioso di caduta della domanda, che causa caduta della produzione e dell’occupazione, che a sua volta causa un’ulteriore caduta della domanda per poi assestarsi su un equilibrio di sotto-occupazione altamente inefficiente con elevata disoccupazione involontaria.

La spesa pubblica in welfare funziona quindi da “riequilibratore automatico”, rallentando la caduta dei redditi. Ma solo investimenti pubblici aggiuntivi saranno capaci di riportare il sistema vicino alla piena occupazione e, come concludeva forse ironicamente Keynes, solo da quel punto in poi la teoria neoclassica tornerà ad essere valida.

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Bibliografia:
Keynes J. M., 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money.
Edizione italiana 2006: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di T. Cozzi, UTET,

Un’esposizione divulgativa della Teoria Generale in italiano è consultabile su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_generale_dell’occupazione,_dell’interesse_e_della_moneta

Pedalino A. e Vinci S., 2004, Lezioni di macroeconomia, Liguori Editore.

Per gli studenti di economia che vogliano conoscere gli elementi di un modello alternativo a quello mainstream consigliamo: Brancaccio E., 2012, Anti-Blanchard, Franco Angeli.

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